Il suono armonico nella Pratica di Lavoro Organico

Pratica di Lavoro Organico è il nome che ho dato al cammino che ha preso forma sotto i miei piedi a partire dal teatro e dalla filosofia. Il teatro mi ha lasciato scoprire il corpo e la voce e la filosofia l’importanza dell’ascolto.

E’ un esercizio di ascolto che si colloca nel solco originario di tradizioni diverse. Pratica perché, più che muoversi nel territorio delle risposte, si lascia portare dalle domande e si pone in ascolto dell’esperienza; Lavoro perché, esplorando le possibilità percettive, tenta di abitare consapevolmente il corpo, il silenzio e il mondo, incontrandone gli orli; Organico perché fa spazio a un sentire che sa stare in relazione con la vita e lascia affiorare un sapere organico capace di rinnovare la qualità delle nostre risposte.

E’ un esercizio che pratico nella Formazione dal 1972, nelle sedute individuali dal 1996 e nell’Analisi biografica a orientamento filosofico dal 2006 senza smettere di ostinarmi a portarlo nella vita quotidiana.

La campana tibetana si è presentata al mio corpo come movimento/brivido/formicolio che saliva dalla schiena alla sommità della testa la prima volta che l’ho sentita suonare da un musicoterapeuta tedesco a un congresso sugli stati di coscienza in Germania. Non ho capito una parola di quello che diceva ma ho sentito che la campana tibetana, come il tamburo degli indiani d’America, doveva assolutamente “entrare” nella mia pratica.

Per anni l’ho usata solo nelle conferenze o nei gruppi per portare le persone nel territorio del silenzio e aiutarle a mettersi in ascolto da lì.

Nel 2012 ho sentito parlare di Albert Rabenstein e sono andata a vedere chi fosse (come ho sempre fatto con i maestri, perché è la loro capacità di incarnare quello di cui parlano che mi convince a camminare con loro). Impressionata dalla sua autenticità, semplicità, competenza e passione, dalla sua capacità di “non prendersi troppo sul serio”, come tutte le persone che sanno toccare la bellezza della vita, attratta dalla possibilità di utilizzare il suono/vibrazione della campana nel lavoro di mediazione corporea, mi sono iscritta al Corso di Massaggio sonoro armonico insieme a Rodrigo, l’amico con cui condivido da qualche anno l’appassionante ricerca di un incontro fra la mia pratica e la sua, di clown dottore.

Nella stessa serata ho incontrato anche Tivitavi, Daniela e Ari che, con le stesse qualità di entusiasmo e autenticità, di apertura e calore umano mi hanno fatta sentire a casa. E a casa mi sono sentita per tutto il corso riconoscendo con gioia, nelle parole di Albert e nella sua pratica, quello che l’esperienza mi aveva insegnato a vedere: la possibilità di vivere sul serio senza prendersi troppo sul serio e senza rinunciare a mettersi in gioco nella continua ricerca di equilibrio e di armonia.

Le campane armoniche di Albert, i pines, i diapason sono diventati i miei più preziosi assistenti nella stanza di analisi a mediazione corporea. Quando l’ascolto del corpo diventa più profondo e sottile, quando ci lasciamo portare con fiducia nel territorio del sentire e del non noto, scopriamo che lì il corpo parla un linguaggio simbolico. E’ un linguaggio che ci riconnette alla vita e a quel sapere organico che ci sorprende perché non sappiamo di saperlo se non quando gli facciamo spazio e gli permettiamo di manifestarsi.

Io cerco di essere il più possibile sgombra per entrare in quello spazio in cui sono già con l’altro e incontrarlo lì dove il “nostro” sapere organico, manifestandosi, ci fa da guida. Siamo in ascolto e il corpo ci parla indicandoci anche lo strumento che, in quel momento, gli serve di più e noi impariamo a fidarci, a darci un’intenzione e a lasciar succedere perché siamo corpo e nel corpo siamo interi.

Come una goccia d’acqua, in quanto goccia siamo unici e irripetibili ma in quanto acqua siamo parte di qualcosa di più grande di noi che possiamo chiamare in moltissimi modi: silenzio, suono armonico, musica delle sfere, universo, grande mistero, divino, invisibile, sapere organico, grande vuoto e…

Gli strumenti di Albert ci portano lì come per magia quando abbiamo fortuna e la fortuna, come diceva Krishnamurti, è la finestra aperta del nostro cuore.

Maia Cornacchia – http://www.scuolaphilo.it/cornacchia.html – [email protected]